LA TERRA CHE MI ABITA

 

“L’esistenza precede l’essenza”. Faccio mie le parole di Sartre per il progetto artistico “La terra che mi abita”. L’esistenzialismo come soglia culturale dove la cultura stessa è l’abitare, l’esserci, dove per sapere devi tenere in sospeso, guardare, interrogare la vita; ecco cos’è la cultura “un passo indietro”.

 Lo fu per uomini dinanzi a pareti minerali, specchi nel buio delle caverne, luogo generativo dove sprofondare è stato un processo di soggettivazione. A Lascoux siamo stati spettatori di una sorta di girotondo, di una cavalcata animale che si svolge sulle pareti, non di meno questa animalità costituisce per noi il primo segno, il segno cieco e tuttavia il segno sensibile della nostra presenza nell’universo. Immagini dipinte in un immaginario irraggiungibile prodotte nella misura in cui: “ci siamo guardati guardare mentre ci guardavamo”. Un alfabeto dove l’esperienza si stacca da sé stessa per divenire oggetto di sé stessa. Queste pareti divengono supporto, tela, paesaggio da una coscienza ad un’autocoscienza. Sono uomini che dipingono animali così come poi dipingeranno sé stessi, un punto di sogno passare dall’animale all’uomo un atto cosciente della finitudine. La condizione artistica partecipa al dominio della morte come a dire: “Là sono io” ma serve un io che dice “Sono là”, un circolo vertiginoso dove la grotta continua la sua azione ancestrale. “La terra che mi abita” è un tempo frattale e si pone all’esistenzialismo come similitudine per come percepire la propria esistenza. Un incontro suggestivo tra la filosofia della condizione umana e una concezione metaforica del tempo, dove l’infinito si rispecchia nell’infinitesimo così che l’abitare la terra sia un infinito attimo consapevole.

Pietro Panza
Brembate 05/05/2026